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Psicoanalisi

La psicoanalisi è una teoria dell'inconscio ed una prassi terapeutica. E’ stata spesso paragonata alla maieutica socratica. I sintomi nevrotici sono la espressione simbolica, nella vita cosciente, sotto forma di compromessi più o meno riusciti ed efficaci,di conflitti tra le forze di repressione dei vissuti e quelle che tendono a farli accedere alla vita cosciente.
La concezione energetica e dinamica delle forze che alimentano la vita psichica, induce a supporre che una quantità importante di risorse è impiegata per mantenere questo equilibrio precario e per sostenere la lotta contro l’angoscia o la depressione a scapito di una normale maturazione psicosessuale.
La psicoanalisi , rinforzando l’Io del soggetto, si pone come obiettivo quello di permettere al materiale rimosso di riaffiorare alla coscienza, in modo tale da liberare l´ energia repressa, il che è utile al perseguimento della maturazione affettiva.
Il disvelamento del materiale rimosso avviene attraverso la tecnica delle libere associazioni delle idee (intuito e inaugurato da Sigmund Freud) , applicabile alle fantasie diurne e al materiale onirico.

Due sono gli assunti fondamentali della psicoanalisi

1) L’uomo freudiano ha carattere storico, cioè lo si può comprendere solo conoscendone la storia, che svolge un ruolo determinante nel far luce sulla sua situazione attuale, in un'ottica, quindi, longitudinale.

2) L’uomo tende verso un fine, che è quello di soddisfare i suoi istinti o, meglio, le sue pulsioni; il termine pulsione (in tedesco trieb) è usato da Freud per connotare una forza assimilabile all'istinto degli animali (in tedesco istinkt), ma differenziabile: mentre infatti l'istinto animale dà luogo ad una serie di comportamenti stereotipati, la pulsione nell'Uomo, anche se possiede una specificità ereditaria o innata e incondizionata, viene filtrata dall' io e quindi può avere destini variabili in relazione alla personalità del soggetto. Le pulsioni sono spinte destinate ad una meta, cioè ad un soddisfacimento attraverso un oggetto. La meta delle pulsioni può essere il soggetto stesso, nel caso di investimento narcisistico (libido narcisistica) oppure un oggetto esterno (libido oggettuale).
L'evoluzione dei processo libidico dal neonato all'adulto presuppone un progressivo spostamento libidico dal soggetto (nel neonato la libido e' totalmente, o quasi, narcisistica) agli oggetti esterni; tuttavia non dobbiamo dimenticare che Freud ritiene che gran parte della libido rimanga narcisistica, cioè ancorata al soggetto, per tutta la durata dell'esistenza: tale investimento narcisistico può diventare ancora più forte nelle regressioni psichiche, cioè nei momenti di difficoltà che il soggetto può sperimentare nel corso della sua vita.
Egli distingue due tipi di pulsioni: pulsioni di vita e pulsioni di morte, eros e thanatos, e definisce la loro energia rispettivamente libido e destrudo.
La pulsione di vita rappresenta l'insieme di pulsioni sessuali, la pulsione di morte l'insieme di pulsioni aggressive e sono ambedue contenute in quel serbatoio psichico che Freud definisce es. Lo scopo dell'essere umano è appunto quello di soddisfare le pulsioni secondo due principi:
A) Il principio del piacere, che fa sì che il soggetto non possa sopportare la minima tensione e senta il bisogno impellente di scaricarla (vedi la tipica condizione del bambino che vuole tutto e subito)
B) Il principio di realtà: la pulsione non viene soddisfatta immediatamente e il soddisfacimento viene ad essere differito e piegato alle esigenze della realtà in ossequio al proces¬so di maturazione psichica.
Il principio del piacere fa sempre sentire le sue esigenze, subordinandole tuttavia progressivamente al principio di realtà: in questo consiste il processo maturativo dell'essere umano, il processo del pensiero, quello spazio che chiamiamo «mente».
L’apparato psichico tende inoltre ad una stabilità, ad un equilibrio energetico, ad una omeostasi secondo il principio di costanza perché non può accumulare la tensione in modo illimitato, in quanto fonte di una sensazione di spiacevolezza per cui una volta che la tensione ha raggiunto il grado massimo di tollerabilità deve essere scaricata. Il piacere deriva dalla sensazione della scarica.
I vissuti infantili, nell'essere umano, tendono ad essere ripetuti per tutta la vita, seguendo un copione che viene scritto nei primi anni della nostra esistenza, la cosiddetta «coazione a ripetere», a meno che non intervengano decise valenze maturative che siano in grado di spingerci al di là di questo processo ripetitivo: allora assistiamo a quello che può essere definito veramente come «cambiamento».
La libido aggressiva o pulsione di morte, (se vogliamo connotarla biologicamente), ha le stesse caratteristiche della pulsione sessuale, tende cioè anch'essa all'appagamento e può scaricarsi sul soggetto o sugli oggetti circostanti. Nietzsche dice " Si è stati cattivi spettatori della vita, se non si è vista anche la mano che delicatamente uccide ," per sottolineare come la nostra psiche sia intrisa di violenza. Nella persona dotata di un buon livello di maturità dovrebbe aver minor diritto di cittadinanza a livello psichico, rispetto a quella sessuale, però il problema è complesso in quanto non si tratta solo di dosaggio maggiore o minore, cioè di un fattore quantitativo (o economico per usare una espres¬sione di Freud), ma delle modalità distributive con cui le pulsioni stesse vengono gestite, all'interno della intera economia psichica, dall’Io dell'individuo. Nei soggetti violenti e sociopatici si ha evidentemente una formazione incompleta o non definita delle istanze morali. A livello psichico si trova nel vissuto una carenza di relazioni oggettuali durevoli con gli oggetti di riferimento, che siano o meno i genitori biologici, con conseguente precarietà di validi processi di identificazione e la formazione di un Super-io incompleto, patologico o tenuto a distanza tramite tecniche di incapsulamento. A volte, ma non sempre, il comportamento antisociale è caratterizzato da impulsività, che viene anche essa attuata tramite meccanismi di corto circuito, in cui il soggetto cede all’impulso immediatamente prima che possa essere frenato da istanze censorie.
Bisogna rilevare che la pulsione di morte, cioè l'aggressività, la violenza, può anche dirigersi sul soggetto stesso. Tutta la psicopatologia inoltre ha le sue radici fondanti in una violenza che l'individuo non riesce ad elaborare, a sublimare o a deviare all'esterno dei proprio sé.
Tale violenza cioè, se viene mal gestita all'interno del nostro psichismo, può dare origine alle più svariate forme di disturbo psichico, da quelle legate al comportamento alimentare come bulimia e anoressia, all'alcolismo al tabagismo, alle varie forme di tossicodipendenza, ai disturbi ossessi¬vi, alle fobie, al panico, alla depressione, alle sindromi psicosomatiche fino a presentarsi in modo massimale e conclamato nelle psicosi e nel suicidio.
Non dimentichiamoci, poi, come la autoaggressività possa presentarsi anche in situazioni in cui il soggetto ha un bisogno inconscio di mantenersi in posizioni sociali inferiori, tende a incorrere nell'insuccesso, dimostrandosi incapace di gestire un evento a lui favorevole o ha la necessità di compiere di continuo azioni che lo svalorizzano fino a procurarsi gravi infortuni (es. incidenti inconsciamente provocati). Questa dialettica psichica dell'aggressività diretta verso l'esterno, o riflessa all'interno del sé, viene definita da Freud con il binomio «sadismo- masochismo morale». Freud infatti distingue queste due tendenze dalle omologhe che si presentano sul piano sessuale, caratterizzando le perversioni. Tuttavia vuole conservare una analogia terminologica per sottolineare il piacere che accompagna la violenza portata all'esterno o riflessa sul soggetto stesso: in lui, quindi, l'aggressività non ha mai perso la connotazione di pulsione cioè di una forza biologica che è connaturata all'uomo, anche se sottolinea come essa possa essere altresì conseguenza di dinamiche ambientali cioè reattiva a frustrazioni infantili. Degli epigoni freudiani alcuni, come Melanie Klein, danno alla violenza un connotato decisamente biologico pulsionale, affermando che il neonato si trova a contatto con essa fin dai primi momenti della sua esistenza e descrivendo i suoi tentativi di portarla fuori di sé mediante complessi meccanismi psicologici (scissione, introiezione, proiezione, identificazione proiettiva, identificazione nel persecutore, disintegrazione dell'io) che caratterizzano la cosiddetta «posizione schizo paranoide». Altri, come i portavoce della scuola culturalista americana (Karen Horney, Erich Fromm e H.S. Sullivan), sostengono che l'uomo non è così determinato dagli istinti, ma che essi sono modificabili e dipendono dall'ambiente culturale in cui vive. Jung sottolinea invece come l'uomo sia soggetto non solo a forze inconsce strettamente inerenti al suo psichismo, ma anche a istanze derivanti da un inconscio collettivo cioè transpersonale che è «il deposito di tutta l'esperienza ancestrale che comprende milioni di anni, a cui ogni secolo aggiunge una quantità di variazioni e differenziazioni: esso si esprime attraverso simboli dotati di senso definiti «archetipi», le cui rappresentazioni si trovano nella mitologia, nelle religioni, nelle tracce della preistoria».
Adler, infine, parla di una «volontà di potenza», motore che ci spinge a compiere tutti gli atti della nostra vita, una forza competitiva che ha lo scopo di combattere e annullare i sentimenti di inferiorità che sono universali, dato che ogni bambino si sente inferiore, ma che possono essere esacerbati da eventi infantili particolari come anomalie fisiche, malattie, traumi significativi etc..
Indica un percorso caratterizzato da una originalità singolare, non essendo articolato su alcun programma calcolato, ma avendo come fine quello di permettere al soggetto di conoscere e di liberare il proprio inconscio e permettergli di riprendere il suo sviluppo ostacolato

Il concetto di transfert

Il trattamento psicoanalitico si basa essenzialmente sul transfert: si tratta della proiezione sulla persona dello psicoanalista di sentimenti irrazionali generalmente legati a conflitti infantili con i genitori, i fratelli o altri soggetti significativi del l’ambiente familiare. Il transfert è la ripetizione.di un copione ed è un fenomeno che insorge spontaneamente nei pazienti.Esso si verifica spontaneamente in tutte le relazioni umane, esattamente come nella relazione tra paziente e psicoterapeuta. Costituisce l’autentico supporto dell’influsso terapeutico e agisce tanto più vigorosamente quanto meno se ne sospetta la presenza.Gli affetti che si ricreano nel transfert tendono a creare nel soggetto la comparsa di meccanismi di difesa e di resistenze che ostacolano il percorso evolutivo.
La analisi di queste resistenze e l’esperienza della situazione di transfert, continuamente riflessa dallo psicoanalista, permettono al soggetto di confrontarsi con la propria storia, di elaborarla e di incamminarsi progressivamente sul percorso di autonomizzazione ed evoluzione del sé. Dal momento che le esperienze passate hanno un’influenza fondamentale e persistente sulla vita presente, il transfert va considerato un fenomeno universale per la specie umana.
E’unanimemente riconosciuto come i processi transferali siano influenzati dal tipo di situazione terapeutica, dalla personalità del terapeuta, dalla sua visione del mondo, dal setting, anche nei suoi elementi concreti.
Il denominatore comune di tutti i fenomeni di transfert è, come abbiamo detto, la ripetizione, che, nella terapia, come nella vita quotidiana, emerge in maniera spontanea. Tutte le regole tecniche che stanno alla base della psicoterapia sono finalizzate a favorire la comparsa spontanea del transfert.
E' necessario, per il lavoro psicoanalitico, creare le condizioni ottimali per la sua insorgenza.
La possibilità che il paziente ha di sviluppare un transfert dipende in larga misura dalla genesi dei suoi sentimenti di fiducia-sfiducia, affetto-avversione, sicurezza-insicurezza nel rapporto con i genitori e con altri adulti significativi durante le fasi di sviluppo preedipiche, edipiche . La storia personale predispone alla possibilità di sviluppare una relazione transferale all’interno di una relazione terapeutica.
Pensiamo ora che valga la pena soffermarsi su alcuni concetti di base relativamente all’alleanza di lavoro o alleanza terapeutica. Il concetto di alleanza terapeutica è formulato, inizialmente, da autori quali la Zetzel, secondo il modello della relazione madre-bambino, in tal senso le fasi iniziali di una psicoterapia, corrispondono secondo certi aspetti alle prime fasi evolutive del bambino e lo psicoterapeuta dovrebbe conformarsi al modello della madre amorevole.
Greenson (1989) sottolinea come il concetto di alleanza terapeutica o di lavoro sia la parte reale o realistica della relazione, quella che Fenichel chiama transfert razionale.
I concetti di alleanza di lavoro o alleanza terapeutica esprimono la dimensione relativamente non nevrotica del rapporto che il paziente instaura con lo psicoterapeuta.
Il nucleo di tali concetti è costituito dalla motivazione del paziente a superare i propri disturbi e si evidenzia nella sua volontà e capacità di collaborare, di seguire le istruzioni dello psicoterapeuta, di utilizzare nuovi insight, di identificarsi con alcuni aspetti del terapeuta. Gli interventi di quest’ultimo dovrebbero mirare, secondo Greenson (1989), a districare l’alleanza di lavoro dalla nevrosi di transfert.
Transfert e relazione reale o relazione attuale vanno quindi differenziati per tentare di fare chiarezza. Sia nel transfert che nella relazione reale esistono elementi consci e elementi inconsci.
In ogni relazione terapeutica accanto al transfert si trova sempre l’alleanza terapeutica. Questi due fenomeni si verificano sulla base di una scissione terapeutica dell’IO (Sterba) in due parti: quella che collabora con il terapeuta e quella che gli si oppone. La prima parte, quella collaborante, è rivolta verso la realtà, la seconda, quella che si oppone, comprende gli impulsi dell’Es, le difese dell’Io, i dettami del Super-io.
Questa scissione terapeutica dell’Io si deve all’identificazione con il terapeuta, infatti, davanti ai conflitti del paziente, il terapeuta reagisce con un atteggiamento di osservazione e riflessione.La identificazione con il terapeuta porta il paziente ad acquisire la capacità di osservare e criticare il proprio funzionamento. Questo è reso possibile solo in conseguenza di una regressione terapeutica durante il primo periodo di trattamento durante il quale si vanno distinguendo e delimitando le aree della nevrosi di transfert e quella dell’alleanza terapeutica.