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Depressione 1

La depressione è una entità psicopatologica caratterizzata da un insieme di sintomi psichici e somatici con ricadute comportamentali che, nel loro insieme, sono in grado di compromettere in maniera da lieve a grave il tono dell'umore, con marcata o meno sofferenza del soggetto che vede danneggiate anche le sue capacità relazionali . In generale, chi ha la depressione clinica può soffrire quotidianamente dei seguenti sintomi:
•umore depresso;
•perdita di piacere e di interesse per quasi tutte le attività;
•mancanza di energie, affaticamento, stanchezza;
•aumento o diminuzione significative dell'appetito e quindi del peso corporeo;
•disturbi del sonno (dorme di più o di meno o si sveglia spesso durante la notte);
•rallentamento o agitazione;
•difficoltà a concentrarsi;
•sensazione di essere inutile, negativo o continuamente colpevole;
•pensieri di morte o di suicidio

La depressione è due volte più comune nelle femmine adolescenti e adulte che nei maschi adolescenti e adulti. Nei bambini prepuberi, maschi e femmine sono ugualmente affetti. Le frequenze negli uomini e nelle donne sono più elevate nel gruppo di età dai 25 ai 44 anni mentre le frequenze sono più basse sia per gli uomini che per le donne oltre i 65 anni. disturbo depressivo acquisisce quindi dei caratteri particolari e viene di volta in volta definito in modo diverso.
Tipicamente si distinguono in:
A) Depressioni endogene (indipendenti da eventi precipitanti), uni e bipolare
B) Depressioni reattive, legate ad eventi scatenanti di tipo abbandonico e di perdita (lavoro, affetti, menomazioni fisiche, etc.)
Queste due entità nosologiche sono da alcuni considerate un continuum, da altri due affezioni qualitativamente diverse e questo spiegherebbe perché la prima risponde bene ai farmaci antidepressivi, nella seconda invece sia più utile un intervento psicoterapeutico.
Sembrano esposti alla depressione soggetti con un narcisismo contrassegnato da immaturità, con insicurezza di base e mancanza di fiducia, di fondo, delle proprie capacità, bisogno di riconoscimento e di stima e che contrassegnano spesso le loro relazioni con valenze di dipendenza e di appoggio.
Questo tipo di personalità li rende vulnerabili alle frustrazioni e agli abbandoni che le loro esigenze affettive e la loro ambivalenza di fondo possono provocare.
I sintomi della depressione sono quantitativamente presenti in base alla entità del quadro che varia dal lieve fondo depressivo distimico esistenziale fino alla melanconia endogena.
Essi riguardano l’umore: il soggetto si sente svalutato, isolato, incompreso, inutile, con ideazioni pessimistiche rivolte a sé a ciò che lo circonda.
Si lamenta circa il suo destino infausto, ha paura della morte e dell’abbandono, il futuro suscita in lui apprensione poiché è visto in una luce sinistra.
L’ansia è diffusa, ma può organizzarsi a livello somatico con cefalee, vertigini, spasmi di natura varia, turbe del sonno, dell’appetito e della sessualità.
Inoltre è presente inibizione motoria sotto forma di stanchezza, una astenia che compare fin dal mattino e che non è attenuata dal riposo.
La gravità del quadro è in relazione al fatto, come dicevamo, che sia presente un fattore scatenante o meno e quanto sia realisticamente rilevante questo evento.
Il disturbo depressivo acquisisce dei caratteri particolari e viene di volta in volta definito in modo diverso. Ad esempio si parlerà di "depressione agitata", "depressione rallentata", "depressione delirante" in rapporto ai sintomi dominanti.

Nella depressione agitata il paziente, oltre ad avere i classici sintomi della depressione (tristezza, disinteresse, inattività ecc.), appare teso, irrequieto, si muove continuamente, non riesce a mantenere una posizione costante, parla sovrapponendo il suo discorso a quello degli altri. Spesso si mostra irritabile, può divenire aggressivo e cambiare facilmente umore e atteggiamento. Questo insieme di sintomi viene considerato da molti psichiatri una manifestazione degli "stati misti" (presenza contemporanea di sintomi depressivi e sintomi maniacali) che si osservano molto frequentemente nei pazienti affetti da Disturbo Bipolare
Nella depressione rallentata il paziente mostra una grave riduzione dei movimenti spontanei, della mimica e del corso del pensiero. Emerge una certa difficoltà nel passare da un discorso ad un altro e, se gli vengono rivolte delle domande dirette, il paziente risponde dopo un certo intervallo di tempo e quasi sempre molto brevemente. Il tono della voce è in genere basso ed il viso inespressivo. Queste forme possono raggiungere elevati livelli di gravità ed evolvere in veri e propri quadri di "arresto psicomotorio" (il cosiddetto "stupor melanconico").
La depressione è definita delirante quando è contraddistinta dalla presenza di manifestazioni psicotiche (deliri), vale a dire di sintomi caratterizzati da un'alterata interpretazione della realtà. Più specificamente il paziente depresso può avere una convinzione irreale riguardo diverse tematiche. Ad esempio può essere convinto di aver mandato a rotoli la propria famiglia con i suoi errori, e per questo si sente in colpa e costretto ad espiare (delirio di colpa). In altri casi il paziente è convinto di essere in miseria o in gravi difficoltà economiche, anche se i familiari lo rassicurano o danno prove del contrario (delirio di rovina). Talvolta, sempre per gravi colpe, si sente incapace e indegno di meritare l'affetto dei familiari (delirio di indegnità). Più raramente il paziente può sentirsi al centro di un complotto, perseguitato, deriso o preso in giro da qualcuno (deliri di persecuzione e di autoriferimento). Molto più raramente si possono manifestare delle allucinazioni, vale a dire delle percezioni in assenza di uno stimolo reale.
Negli anziani può essere presente la depressione con disturbi cognitivi o "pseudodemenza" in cui prevalgono alterazioni delle funzioni intellettive quali memoria, attenzione e capacità di ragionamento. Questi sintomi, che si manifestano più frequentemente nei pazienti anziani, pongono il problema di una distinzione della depressione rispetto ai veri e propri quadri di deterioramento intellettivo (demenza). Nel caso della depressione con disturbi cognitivi le alterazioni della memoria e dell'attenzione sono variabili, sono generalmente associate alla riduzione dell'umore e la loro comparsa è sempre successiva al disturbo depressivo. Inoltre i sintomi cognitivi migliorano con il migliorare della depressione, mentre nella demenza restano invariati o peggiorano nonostante le terapie.

Terapia


Farmacologica

La terapia d’ elezione nei trattamenti somatici è a base di psicofarmaci, ma non è l’ unica. Gli psicofarmaci hanno il compito di normalizzare l’ equilibrio alterato dei neurotrasmettitori.
I farmaci per curare la depressione vengono detti antidepressivi e in generale si possono dividere in tre grandi categorie:
- gli antidepressivi triciclici (ATC)
- gli antidepressivi inibitori delle monoaminossidasi (I-MAO)
- gli antidepressivi a struttura non triciclica o di seconda generazione
Alcuni anti-depressivi possono causare interazioni e disturbi negativi con l’ assunzione di formaggi, alcuni vini e birre, fegato, trippa, aringhe, fagioli, banane, fave e fichi.
Gli antidepressivi di nuova generazione sono divisi in cinque gruppi:
- Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina che comprende Fluoxetina, Fluvoxamina, Paroxetina, Sertralina, Citalopram ed Escitalopram.
- Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e della noradrenalina , rappresentati principalmente dalla Venlafaxina e dalla Duloxetina.
- Antidepressivi con un'efficacia diretta sul sistema noradrenergico e indiretta sul sistema serotoninergico e attività antagonista sui recettori H-1 istaminergici,rappresentati dalla Mirtazapina.
- Inibitori selettivi della ricaptazione della noradrenalina che hanno il loro capostipite nella Reboxetina
- Recentemente in Italia è stato ammesso in commercio il Bupropione antidepressivo che appartiene al gruppo di inibitori della ricaptazione della noradrenalina e della dopamina.
Questi antidepressivi sono più specifici e quindi i loro effetti collaterali sono leggermente ridotti.
Le terapie con farmaci antidepressivi devono essere assunte per un tempo variabile dalle 2 alle 4-6 settimane prima di ottenere un effetto antidepressivo (latenza rispetto alla efficacia antidepressiva). Secondo alcuni studi clinici questo tempo di latenza è più breve per gli antidepressivi nuovi. È indispensabile che il paziente e i familiari siano al corrente di questo tempo di latenza, dato che potrebbero essere indotti a sospendere le terapie ritenendole inefficaci.

Psicoterapia

La psicoterapia può essere di grande aiuto e svolgere un ruolo fondamentale nel trattamento .Assolutamente decisiva nei soggetti più giovani Particolarmente utile l’approccio psicoanalitico, che ha lo scopo di scavare nella profondità dei recessi psichici sollevando il velo del rimosso e,attraverso un solido legame transferale, favorire l’introiezione di oggetti buoni in modo tale che si crei una solida “alleanza terapeutica” tra specialista e cliente la quale permetta di elaborare i vissuti profondi. E’ importante inoltre che lo psicoanalista lavori in tandem con uno psichiatra che si occupi della terapia farmacologica, diminuendo progressivamente il dosaggio dei farmaci quando il lavoro in profondità comincia a svolgere pienamente il suo effetto. E’ necessario che tra i due esperti vi sia un profondo e proficuo scambio collaborativo.

Infine una parola su una entità nosologica discussa cioè la
Depressione esistenziale
La depressione esistenziale presuppone la necessità di prendere in esame il concetto di cosa sia uno stato mentale normale e alterato e se il dolore è un fattore ineludibile o meno della nostra esistenza. La visione Giudaico- Cristiana svaluta la vita terrena sostenendo che essa è un transito, che il dolore non è una condizione imprescindibile della esistenza, che esso è dovuto alla colpa del peccato originale da cui è possibile redimersi, che è quindi utile a fini espiativi,che è il fattore più potente che induce alla speranza e alla fede, che la vita futura, la vera vita, sarà senza dolore. Le filosofie orientali ci suggeriscono che il dolore è legato alla ricerca di soddisfazione dei desideri che è continua ed ininterrotta, perché una volta che l’obbiettivo è raggiunto nasce subito una nuova aspirazione in un susseguirsi senza sosta. Quindi esiste una intima connessione tra desiderio e dolore e, solo quando avremo abbandonato i desideri, scompariranno ansie, angosce, depressioni e tutti i sentimenti spiacevoli che la nostra entità psicosomatica può produrre. Il problema della angoscia esistenziale è comunque un tema già profondamente sentito dagli antichi Greci i quali , come dice Nietsche, hanno avuto il coraggio di “guardare in faccia il dolore e di conoscere e sentire i terrori e l’atrocità dell’esistenza”.
Essi hanno percepito la tragicità dell’esistenza nella contrapposizione tra le esigenze della natura e le aspirazioni del singolo. Le leggi di natura dicono infatti che ogni singola esistenza deve morire affinché si generino nuove vite, le quali prendono il posto delle precedenti in una circolarità della vita e della morte. Il singolo invece grida ad alta voce la sua voglia di vivere e rifiuta questo passaggio di testimone. Il Greco elabora risposte attive alla ineluttabilità della morte, sostenendo che non bisogna illudersi e nemmeno rassegnarsi ma conoscere (màthesis).
La scuola stoica sosteneva che il dolore, quando era ineludibile e non dipendeva da noi poteva e doveva essere sopportato (substine ed abstine); certamente, quando era nelle nostre capacità, bisognava combatterlo con ogni mezzo. Ecco il concetto greco di “aretè” che è l’equivalente della “virtus” latina, la capacità di eccellere, di essere il migliore,però vivendo e conoscendo il proprio limite (katà mètron), cioè con atteggiamento di saggezza (phrònesis).
La Psicanalisi con Freud in sintonia con gli assunti filosofici dell’epoca, prima illuministi poi positivisti, riprende il tema della ragione come unico strumento per esplorare l’inconscio, per bonificarlo, sottraendoci così al dolore che deriva soprattutto dalla ignoranza delle parti nascoste del nostro sé.”Dove era l’Es deve subentrare l’Io”. Di nuovo il Gnothi seautòn del tempio di Delfi, il nosce te ipsum.Una volta assoggettato all’io, il nostro inconscio non potrà essere più fonte di dolore o sofferenza, anche se Freud scrive anche che questo profondo lavoro non ci condurrà alla felicità ma alla normalità esistenziale. Il punto è probabilmente questo, che esiste un disagio ineliminabile nel vivere per il fatto stesso che la vita conduce alla morte, e che, come dice Freud, vivere significa, in fondo, accettare di morire lentamente.