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La felicità

La felicità è un’utopia perseguibile?

E’ un tema fortemente sentito anche in chiave Massonica e sviluppato nei Dialoghi di Gotthold Lessing che sviluppa il tema della necessità delle istituzioni civili e religiose come mezzo per l’ottenimento della felicità nei singoli. Lo scopo principe delle istituzioni dovrebbe essere quello di assicurare la eliminazione delle disuguaglianze per raggiungere la felicità nei singoli e nei popoli, richiamando ciò che nella Dichiarazione dì indipendenza americana era appena stato solennemente dichiarato e anticipando ciò che Kant poi sosterrà nel legame tra libertà e felicità in quanto ogni cittadino costituisce sempre un uomo vivente nell’ambito di una specifica società civile, formato da cittadini dotati di pari diritti. Un libero muratore è libero perché è un ricercatore della felicità per l’Uomo.
Affrontando una tematica così complessa come quella legata invece al problema individuale della felicità ho sentito la necessità di chiarirlo… come dire ? In negativo, dissertando inizialmente su una sindrome ossia su una entità nosologica che rappresenta, per molti aspetti, il suo polo contrario: la depressione. Possiamo notare come, scivolando progressivamente dalle depressioni maggiori a quelle minori finiamo per imbatterci, alla fine, nella depressione esistenziale, che forse è il quid irriducibile, l’espressione della infelicità umana che è sottesa al nostro essere nel mondo.

Facciamo perciò un breve excursus sul tema depressivo stabilendo in chiusura il collegamento con il tema della felicità. La nosografia della depressione comprende la distinzione tra:A) Depressioni endogene o maggiori (indipendenti da eventi precipitanti), uni e bipolare, cioè pure o con alternanza di stati depressivi e maniacali cioè di eccitamento.B) Depressioni reattive, o minori legate ad eventi scatenanti di tipo abbandonico e di perdita (lavoro, affetti, menomazioni fisiche, etc.)
Queste due entità nosologiche sono da alcuni considerate un continuum per cui una sfuma nell’altra, da altri, invece, due affezioni qualitativamente diverse: questo spiegherebbe perché la prima risponde bene ai farmaci antidepressivi mentre la seconda necessita invece di un più decisivo intervento psicoterapeutico.Sembrano esposti alla depressione soggetti portatori di un narcisismo precario, di una valutazione di sé contrassegnata da immaturità, con insicurezza di base e mancanza di fiducia delle proprie capacità, con costante bisogno di riconoscimento e di stima, le cui relazioni sono spesso contrassegnate da valenze di dipendenza e di appoggio.
Questo tipo di personalità li rende vulnerabili alle frustrazioni e agli abbandoni che le loro esigenze affettive e la loro ambivalenza di fondo possono tendere a provocare.I sintomi della depressione sono quantitativamente presenti in base alla entità del quadro che spazia tra i due estremi: dalla grave melanconia endogena fino al lieve fondo depressivo esistenziale.

I sintomi che ora descriveremo sono perciò tanto più marcati e presenti quanto più è grave il disturbo del tono dell’affettività.Essi riguardano l’umore: il soggetto si sente svalutato, isolato, incompreso, inutile, con ideazioni pessimistiche rivolte a sé e a ciò che lo circonda. Si lamenta del suo destino infausto, ha paura della morte e dell’abbandono, il futuro suscita in lui apprensione, poiché è visto in una luce sinistra.L’ansia, diffusa, può organizzarsi a livello somatico con cefalee, vertigini, spasmi di natura varia, turbe del sonno, dell’appetito e della sessualità. Inoltre è presente inibizione motoria sotto forma di stanchezza, con un’astenia che compare fin dal mattino e che non è attenuata dal riposo.
E’ importante distinguere, tra le depressioni minori, la distimia, o depressione nevrotica, dalla depressione caratteriale e dal temperamento depressivo, che sfumano nella depressione esistenziale. Nella distimia, oltre all’intervento psicoterapeutico psicoanalitico, un uso di farmaci serotoninergici e dopaminergici, se adoperati in modo adeguato, può essere prospettato per un periodo non prolungato.
Nella depressione caratteriale si ha invece l’impossibilità di separare l’atteggiamento depressivo dalla struttura psichica del soggetto, in quanto la tristezza abituale e la tendenza a svalutarsi appaiono radicate nel suo carattere. In questo ultimo caso esiste refrattarietà a qualunque trattamento farmacologico e l’intervento relazionale psicoanalitico è fondamentale.
Sovrapponibile sembra il quadro del temperamento depressivo, notando a questo proposito che i termini “carattere” e “temperamento” sono concetti usati diversamente dai vari autori ,che a volte li sovrappongono, a volte viene denominato temperamento la componente biologico- pulsionale, e carattere la componente egoica della personalità.

Si pone ora il problema di cosa sia la depressione esistenziale e se essa possa essere o meno un sinonimo della infelicità umana, cioè se il dolore sia un fattore ineludibile o meno nella nostra esistenza.
Intanto è importante rilevare come uno stato mentale di qualsiasi tipo, inclusa quindi la felicità, venga espresso tramite una soggettività: questo comporta una complessità nel decodificare, in termini oggettivi o meglio generali, il significato condiviso di certi termini che sono perciò da interpretare soltanto come dei tentativi di orientamento in quel complesso labirinto che è la mente umana.
Inoltre bisogna purtroppo constatare che gli esseri umani hanno difficoltà molto maggiore a rilevare una sensazione di benessere che non il suo contrario, tranne nei casi in cui la sensazione di piacere sia molto accentuata.

Credo sia giusto, a questo punto, interrogarci su ciò che normalmente si intende per felicità, perché credo che, almeno semanticamente, a questo termine vengano dati significati non univoci.
Alcuni intendono riferirsi ad uno stato di ebbrezza o di estasi, altri ad una situazione di benessere relativamente libera da conflitti, c’è poi chi lo assimila alla sicurezza, chi ad un’assenza di dispiacere… Potremmo citare infinite sensazioni a cui fanno riferimento gli esseri umani, al punto di poterci permettere di affermare che del concetto di felicità esiste un’idea spiccatamente individuale.

Se comunque vogliamo cercare di comprendere meglio, possiamo ipotizzare che questo stato venga rubricato o come uno stato mentale di tipo estatico inebriante con caratteristiche di tipo onirico, contrassegnato però dalla caducità o temporaneità, oppure come uno stato mentale di tranquilla sicurezza, priva di affanni, che può abitare la nostra mente per un tempo prevedibilmente più lungo.
Nella prima accezione dobbiamo riconoscere la estrema transitorietà di questi stati mentali e la loro assoluta episodicità nel corso dell’esistenza.. Dall’analisi dell’inconscio sembra poter dedurre che questi vissuti sono la riproduzione di sensazioni sperimentate dal bambino nei primi mesi di vita,orientativamente dal terzo al sesto, durante il rapporto di unione simbiotica con la madre, in cui il piccolo sperimenta una indifferenziazione tra il sé e il mondo esterno, in modo tale che viene da lui percepito quel “sentimento oceanico”di tipo fusionale di cui parla il poeta Romain Rolland.
Sono quelle sensazioni che hanno un ricollegamento mitologico nelle varie culture, per esempio nel Simposio di Platone ove Zeus fa dell’uomo un lacerato sempre anelante a ricongiungersi con l’altra parte, nascosta e divisa, per vivere così la sua completezza.
Tutti noi aneliamo all’unità, aspiriamo a rivivere e a soddisfare quella che viene percepita come beatitudine e onnipotenza del sé, quello stato di totalità che ci accompagnerà nostalgicamente per tutta l’esistenza.Vengono in mente a questo proposito le situazioni di innamoramento o di passionalità, i momenti di compenetrazione orgasmica o gli stati mentali di una madre connessi all’atto procreativo: tutti stati psichici che hanno la caratteristica di avere una durata più o meno breve anche se sono caratterizzati da un’intensità decisamente notevole. In modo poetico, potremmo inquadrarli come momenti di assaggio dell’immortalità.
Se l’individuo porta dentro di sé, cospicuamente, questo sentimento nostalgico, avrà al suo interno una sensazione spiccata di insoddisfazione, di delusione di fronte alla normalità dell’esistenza e sarà fortemente tentato di dire che la felicità non abita in questo mondo.
Il problema che abbiamo noi umani deriva proprio da quella stessa evoluzione psichica che ha permesso i progressi dell’umanità. La nostra autocoscienza - cioè la capacità di pensare il nostro pensiero - è quella che da una parte ci apre al senso mentre dall’altra è il luogo dell’implosione di ogni senso. Non possiamo essere felici come invece lo può essere un animale, che dimostra beatitudine nel mangiare, dormire, saltare . L’autoconsapevolezza, che porta con sé la coscienza della nostra finitezza, si scontra con il nostro desiderio perenne di immortalità ed è la radice della infelicità umana.

Il problema dell’angoscia esistenziale è comunque un tema già profondamente sentito dagli antichi Greci i quali, come dice Nietzsche, hanno avuto il coraggio di “guardare in faccia il dolore e di conoscere e sentire i terrori e l’atrocità dell’esistenza”.
Essi hanno percepito la tragicità dell’esistenza nella contrapposizione tra le esigenze della natura e le aspirazioni del singolo. Le leggi di natura dicono infatti che ogni singola esistenza deve morire affinché si generino nuove vite, le quali prendono il posto delle precedenti, in una circolarità della vita e della morte.

Il singolo invece grida ad alta voce la sua voglia di vivere e rifiuta questo passaggio di testimone.
Il Greco elabora risposte attive alla ineluttabilità della morte, sostenendo che non bisogna illudersi e nemmeno rassegnarsi ma conoscere (màthesis) perché il sapere evita il male evitabile.
Il concetto greco di “aretè”, che è l’equivalente della “virtus” latina, esprime infatti la capacità di eccellere, di essere il migliore, però vivendo e conoscendo il proprio limite (katà mètron), cioè con atteggiamento di saggezza (phrònesis).
“Gnothi seauton”, conosci te stesso, è scritto sul tempio di Delfi; conosci le tue caratteristiche, la tua inclinazione, il tuo demone e arriverai alla eudaimonia, che in greco significa felicità, che vedrei più propriamente assimilabile alla pace illuminata dal benessere, perché ritengo che il conoscere non possa dare tanto felicità, come stato gioioso, quanto serenità esistenziale.

La scuola stoica sosteneva che esiste un legame intimo tra dolori e desideri e il loro motto “substine ed abstine” è un invito a sopportare l'intolleranza, frutto di passione altrui e ad astenersi dall'intemperanza, frutto della propria passione, facendo prevalere la razionalità.
Gli stoici sono assertori delle virtù dell'autocontrollo e del distacco dalle cose terrene, che si realizzano nell'ideale della apateia, della atarassia, come mezzi per raggiungere l'integrità morale e intellettuale. Nell'ideale stoico, è il dominio sulle passioni che permette allo spirito il raggiungimento della saggezza.
La filosofia buddista sostiene, analogamente, che il dolore è un vuoto, una mancanza, che porta alla ricerca della soddisfazione di desideri, che è continuo ed ininterrotto poiché appena un desiderio è soddisfatto ne nasce uno nuovo, ancora più grande, in un susseguirsi senza sosta: rinunciare ai desideri significa dunque rinunciare ad un’inutile sofferenza.
Quindi solo quando avremo abbandonato gli attaccamenti per cose e persone, scompariranno ansie, angosce, depressioni e tutti i sentimenti spiacevoli che la nostra entità psicosomatica può produrre e sarà possibile sperimentare l'emancipazione dalla sofferenza esistenziale.
Per raggiungere l’obiettivo è molto importante per il buddista dedicarsi alla meditazione, che comporta un'energica disciplina ascetica (yoga): in questo caso il rimedio non consiste in una sollecitazione verso la razionalità o l’autocontrollo, ma nella soddisfazione della pulsione erotica all’interno del sé con un riscatto dell’onnipotenza originaria preoggettuale e fusionale (infatti negli stati meditativi profondi si parla anche qui di “sentimento oceanico”).
Credo quindi che si possa pensare come nell’atto meditativo la rinuncia al desiderio per le cose venga sostituita da un investimento energetico verso il sé e che l’appagamento oggettuale, fallace e caduco, che può derivare dal contatto con gli oggetti possa vantaggiosamente essere vicariato dal piacere narcisistico derivante dal serbatoio libidico, che può essere rappresentato dalla nostra unità indifferenziata psicofisica.

La visione Giudaico-Cristiana ripropone la cultura dell’onnipotenza-felicità la quale, si sostiene, non può essere raggiunta in questo mondo ma può essere tuttavia raggiunta in un’altra dimensione. Viene svalutata cioè la vita terrena, sostenendo che essa è un transito, che il piacere è un bene effimero; viene riconosciuto che essa è contrassegnata dal dolore esistenziale che ha le sue motivazioni nella colpa del peccato originale, dal quale è possibile redimersi e che è anzi utile a fini espiativi, che è il fattore più potente che induce alla speranza e alla fede, che la vita futura, la vera vita, sarà senza dolore.

La Psicoanalisi, con Freud ed in sintonia con gli assunti filosofici dell’epoca, prima illuministi poi positivisti, riprende il tema della ragione come unico strumento per esplorare l’inconscio, per bonificarlo, sottraendoci così al dolore che deriva soprattutto dall’ignoranza delle parti nascoste del nostro sé. “Dove era l’Es (il mondo istintivo) deve subentrare l’Io”. Di nuovo è ripreso il tema del “nosce te ipsum”, conosci te stesso. Una volta assoggettato all’Io, il nostro inconscio non potrà più essere fonte di dolore o di sofferenza. Il punto è probabilmente questo, che esiste un disagio ineliminabile nel vivere per il fatto stesso che la vita conduce alla morte e che, come dice Freud, vivere significa, in fondo, accettare di morire lentamente.
Vediamo come, anche in questo caso, la fiducia nel predominio della ragione esclude il raggiungimento della felicità, in quanto anche la presenza di un Io lucido, consapevole e capace di sottrarre gran parte dei territori all’inconscio, può portare l’essere umano soltanto alla normalità esistenziale .Per Freud, come per gli antichi Greci, conoscere profondamente se stessi può lenire le sofferenze, le ansie le angosce e portare a quel piacere che nasce dall’assenza di dispiacere.Ma non si può certo parlare di felicità terrena.

Nella nostra società secolarizzata e fortemente edonistica la rimozione della morte è un tema costante e gli individui, costantemente accelerati, hanno perduto la capacità di accettare le frustrazioni, dimenticando quanto esse siano un potente motore di crescita individuale.
Non è sufficiente un tranquillo benessere, perché ci richiama troppo da vicino il nostro status di mortalità: noi siamo affamati di stati mentali eccitati e concitati. I desideri debbono essere subito soddisfatti e ad ognuno deve essere subito subentrare il successivo. Si è smarrita la capacità di darsi un limite ed ecco allora echeggiare nella nostra mente come monito la frase di Aristotele “chi non conosce il suo limite tema il suo destino”.
Non esiste più, a livello intrapsichico, il rapporto conflittuale tra ciò che si deve fare e ciò che non si deve fare, e la tensione interna è adesso fra ciò che si è capaci di fare e ciò che non riusciamo a fare.
Ogni iniziativa umana è parametrata sul successo che può ottenere e dove non vi è successo vi è depressione, come percezione del proprio fallimento esistenziale.

E’ possibile pensare che l’abuso odierno di psicofarmaci sia dovuto nient’altro che al tentativo dell'essere umano di robotizzare la propria psiche, eliminando, o perlomeno riducendo, la percezione del vuoto e dell’angoscia per la propria mortalità, del senso di inutilità del vivere.
Si creano stati mentali di esaltazione ed accelerazione psichica durante le ore lavorative con farmaci attivanti ,in genere serotoninergici, smorzati e anestetizzati spesso da rilassanti ,in genere benzodiazepine, in quelle poche ore dedicate al riposo notturno il quale deve essere scevro di ansie affinchè, il giorno seguente, possa essere ripristinato il ritmo lavorativo con rinnovato vigore, cioè non indebolito nè inquinato da problematiche di stanchezza per un riposo non adeguato.

Credo perciò che sia importante per il nostro benessere ricercare stati mentali più rallentati e pacificati, dando ampio spazio ad una riflessione profonda e consapevole, intrisa di una ritmicità lenta e non frenetica.
Riappacificarci ed assaporare la nostra finitezza, non fuggendone terrorizzati per gettarci ciecamente nella iperattività e facendoci sedurre dalle sirene dell’agire in modo concitato, ma riassaporando l’ozio, la trance, la meditazione, l’arte della contemplazione, lasciandoci cullare dalla dilatazione del tempo e dello spazio e riconciliandoci con la nostra condizione di mortali.

Può non essere deprimente essere mortale, anche per un laico, in quanto possiamo arrivare a percepire il termine dell’esistenza come una condizione naturale alla quale veniamo assoggettati e condotti dal fatto stesso di essere nati.
Credo che sia è importante, come sostiene Epicuro, coltivare l’amicizia, il rapporto con i nostri simili, ricercando spazi di sessualità sublimata attraverso l’empatia, la comunicazione, lo stare insieme; accostandoci a soggettività per alcuni aspetti diverse dalla nostra ma accumunate a noi dalla condizione di caducità.
E’ importante evitare di farsi erodere dalle brame competitive e abbandonare gli egocentrismi e gli arrivismi con le connesse brame di espansione di profitto e di possesso di beni: così ci scontriamo con la miseria e la caducità del nostro essere, mentre viene aggiunto solo un granello di polvere a ciò che possediamo.
E’ nostro compito andare al di là di una ideologia di puro accumulo di beni che guarda alla felicità nel suo aspetto puramente edonistico e che è quindi ben lontana dal garantirla. Inoltre, essendo profondamente legato alla nostra efficienza, ci fa scontrare con il deterioramento connesso al trascorrere del tempo, dandoci il senso della inutilità e della caducità mortale dell’esistenza.

Le relazioni devono essere privilegiate rispetto al reddito, perché la solitudine e la mancanza di legami sociali hanno molta più influenza sul benessere di quanto non ne abbia la situazione economica, fatte naturalmente salve le condizioni di estrema indigenza.
Ciò forse non ci conduce alla felicità ma rappresenta la creazione di una struttura anticorpale capace di tutelarci dalla angoscia del vuoto e di conferire serenità e dolcezza alla nostra esistenza.

Abbiamo fatto una disamina di come la felicità sia un sentimento che sgorga dalla propria soggettività ma vogliamo anche riprendere il tema prospettato all’inizio come, per noi Massoni, il "diritto alla felicità" significhi la ricerca continua del bene, platonicamente inteso: il bene dovrebbe infatti, per noi, rappresentare proprio il fine ultimo della nostra opera.
La nostra attenzione è stata storicamente rivolta sia agli aspetti materiali del degrado della vita umana, sempre più manifesti attraverso le nuove forme di povertà diffuse anche nel ricco Occidente e nel nostro Paese, sia a quelli di ordine spirituale, visibili nel progressivo distacco dall'impegno civile e dalla solidarietà.