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La coscienza

La coscienza

L'esistenza della coscienza pone seri problemi alla riflessione filosofica e, in maniera assai più marcata, all'indagine scientifica. Detti problemi corrispondono sostanzialmente alla millenaria questione del rapporto mente-corpo,di cui si occupa la ricerca neuro scientifica.
La filosofia della mente (Philosophy of Mind) è lo studio filosofico della mente, degli atti, delle funzioni mentali e della coscienza, e delle loro relazioni con il cervello, il corpo e il mondo. La filosofia della mente si addentra nelle questioni di fondo e nei problemi metodologici che stanno dietro la ricerca scientifica sulla mente, usando sia il metodo speculativo (con esperimenti mentali), sia tenendo conto dei risultati ottenuti nella ricerca empirica e strumentale, che oggi può avvalersi della PET, la tomografia ad emissione di positroni.

Vi sono due aspetti fondamentali, riconducibili alle citate componenti, passiva e attiva, della coscienza: a) Come è possibile spiegare il salto dal neurologico allo psicologico cioè dal reperimento di determinate scariche elettriche e movimenti neurormonali alle esperienze coscienti,sentimenti, sensazioni, pensieri che fanno parte dei vissuti di una determinata soggettività? b) In tal caso entrerebbero in crisi concetti come autonomia, libera scelta, volontà, libero arbitrio dato che essi non sarebbero altro che epifenomeni di un substrato neurologico, vincolato a leggi universali e necessarie.

Gli studiosi possono essere fondamentalmente suddivisi tra coloro che cercano di ricondurre interamente la coscienza ai fenomeni fisici del cervello (riduzionisti) e coloro che ritengono tale prospettiva inadeguata (non-riduzionisti) a) Il riduzionismo, ovvero la coscienza come mera espressione dell'attività cerebrale. Secondo i riduzionisti, che si possono distinguere, a loro volta, in un ampio ventaglio di posizioni tra loro differenziate, la coscienza è un semplice prodotto dell'elaborazione del cervello. La coscienza, come tutte le proprietà della mente, sarebbe il risultato di un gran numero di operazioni effettuate sulle base di algoritmi, in maniera fondamentalmente analoga a quanto avviene nei comuni computer, oppure su principi alquanto diversi, come quelli relativi alle reti neurali . Si può dire che tutte le posizioni riduzioniste trovino la loro principale giustificazione nell'esigenza di rimanere coerenti con i principali requisiti del metodo scientifico. Ciò porta inevitabilmente a una svalutazione dell'esperienza soggettiva o comunque a non riconoscere ad essa alcun contributo autonomo rispetto ai sottostanti processi nervosi nella gestione del comportamento.

b) Il non-riduzionismo, ovvero il riconoscimento della centralità dell'esperienza cosciente e la sua sostanziale irriducibilità al mondo degli ordinari fenomeni fisici.
Se i riduzionisti tendono a sfrondare la coscienza dagli attributi che appaiono incompatibili con il modello scientifico consolidato, gli anti-riduzionisti cercano invece di sottolineare la peculiarità delle manifestazioni della coscienza
La coscienza è un fenomeno strettamente privato che riguarda i vissuti di uno specifico individuo, che non permette alcuna rilevazione dall'esterno. Per coscienza intendiamo, in questo contesto, l’autocoscienza che è quello della consapevolezza dei propri stati emotivi, dei propri pensieri e contenuti mentali. E' l'essere che si percepisce vivente, il pensiero che pensa se stesso , rappresentandosi come oggetto di osservazione. Questa forma di coscienza è una prerogativa squisitamente umana, anche se non si può escludere che alcuni primati possano sperimentare qualche elementare forma di coscienza di sé.
Nel panorama della filosofia greca, si afferma ,con Socrate, l’esigenza di far coincidere la coscienza con la ragione e l’importanza per l’essere umano di essere saggio, perspicuo, chiaro ad ogni costo. Il mondo degli istinti è vissuto con circospezione in quanto egli ritiene che ogni cedimento agli istinti porti a fondo. Il metodo socratico, basato su domande e risposte tra Socrate e l’interlocutore di turno, procede per confutazione, ossia per eliminazione successiva delle ipotesi contraddittorie o infondate. Esso consiste nel portare gradualmente alla luce l’infondatezza di tutte quelle convinzioni personali che siamo abituati a considerare come scontate, come vere, e che invece rivelano, ad un attento esame, la loro natura di “opinioni”. Il metodo socratico è detto “maieutico” (ostetrico) in quanto è fondato non sul tentativo di vincere l’interlocutore con la propria abilità retorica, così come facevano i sofisti, ma su quello di condurlo per mano con una serie di brevi domande e risposte per portarlo ad accorgersi della propria ignoranza, e a riconoscere così il criterio della verità rispetto alla falsità delle sue presunzioni..
In Platone la razionalità che è alla base della teoria dell’Anima pone la identità delle cose in forma di Idea. Il mito del carro e dell'auriga o della biga alata, tratta dal Fedro, racconta di un'ipotetica biga trainata da due cavalli: uno bianco, raffigurante la parte dell'anima con pensieri più alti e razionali (quella intellettiva), e uno nero, che rappresenta la parte dell'anima con pensieri più bassi quali la passione e i sentimenti (la concupiscenza); i due cavalli sono tenuti per le briglie dall'auriga, che rappresenta la ragione.
Nel ‘600 si entra in una epoca in cui entra in crisi la vecchia idea, metafisica e religiosa, di anima, intesa come substrato unitario e indivisibile che permette la permanenza delle nostre esperienze.
Si tratta di un periodo in cui si elabora, in un certo modo, il lutto per questa perdita: infatti l'anima è una proiezione dell'individuo, un ponte dal tempo all'eternità; nel momento in cui questo ponte non sussiste più, bisogna abituarsi a vivere nel mondo della caducità.
Nel '600 infatti si verificano due processi paralleli: con Galileo Galilei si inaugura la visione scientifico-matematica della Natura; con Cartesio viene inaugurata la visione moderna del soggetto. Questo duplice processo costituisce la base del dualismo soggetto/oggetto, e riflette la nuova consapevolezza da parte dell’uomo europeo del proprio potere sulla Natura.
Cartesio ha fortemente sbilanciato la coppia soggetto/oggetto a favore del primo termine. La locuzione “Cogito ergo sum”, che significa letteralmente "Penso dunque sono", è l'espressione con cui Cartesio esprime la certezza indubitabile che l'uomo ha di sé stesso in quanto soggetto pensante. Cartesio vi perviene mosso dalla ricerca di un metodo che dia la possibilità all'uomo di distinguere il vero dal falso, non soltanto per un fine strettamente speculativo, ma anche in vista di un'applicazione pratica nella vita. Per scoprire tale metodo, il filosofo francese adotta un procedimento di critica totale della conoscenza, il cosiddetto dubbio metodico, consistente nel mettere in dubbio ogni affermazione, nel senso che l'uomo è sicuro di esistere in quanto è un soggetto che dubita, e quindi pensa. Cogitare in latino significa «pensare»: l'uomo perciò esiste perlomeno come sostanza pensante o res cogitans.
.Dobbiamo a Franz Brentano l'introduzione del concetto di intenzionalità, che si riferisce a quella particolare caratteristica della coscienza di essere sempre rivolta a qualcosa. In tale prospettiva, la coscienza non può essere considerata un oggetto, quanto piuttosto una funzione, la più primitiva e immediata, attraverso la quale determinati oggetti o proprietà della realtà si rendono accessibili, con coinvolgimento più o meno profondo, a uno specifico soggetto. L'identità personale indica la capacità degli individui di aver coscienza di permanere se stessi attraverso il tempo e attraverso tutte le fratture dell'esperienza. E' stato Locke, nel Saggio sull'intelligenza umana, a parlare per la prima volta di identità personale. L'identità personale implica la percezione di una fragilità della coscienza e di una serie di discontinuità che devono essere metabolizzate. Per Locke esiste qualcosa di analogo, che garantisce la continuità: il filo della memoria. In Locke c'è l'idea che l'identità è una conquista, un lavoro. Le nostre idee rischiano di dissolversi se noi non le rinfreschiamo,continuamente . L'identità personale, per Locke, è questo lavoro di rinfrescare continuamente tutte le nostre idee e la nostra continuità. L'identità quindi non poggia su niente, ma si prolunga nel tempo, legata alla continuità della memoria. Questo elemento di fragilità si accentua in Hume. In Hume la memoria diventa qualche cosa che anche nelle persone normali è piena di buchi, priva di continuità: per Hume l'identità è legata a un fascio di percezioni attuali. Io sento caldo, sento freddo, mi passa per la mente questo pensiero; ma se cerco di afferrare quello che è l'Io, vi trovo soltanto il vuoto. L'identità, per Hume, è qualcosa di fittizio, cioè qualcosa di costruito
Nel 1781 Kant arriva ad una conclusione di estrema importanza: la conoscenza delle cose diventa vera condizione per la conoscenza di sè. E' proprio questa la radicale differenza fra il cogito kantiano e il cogito cartesiano. Io mi conosco soltanto conoscendo le cose e la mia durata é garantita dallo spazio e sostenuta dal mondo. L' io penso accompagna indubbiamente tutte le nostre rappresentazioni, ma, a differenza del cogito cartesiano, non può staccarsene e diventare esso stesso il proprio soggetto. Secondo Cartesio se dubito di ogni cosa ( compresi gli oggetti del pensiero ) rimane soltanto il soggetto che diventa il proprio predicato, il proprio oggetto: dubitando di tutto si arriva all' intuizione immediata di esistere come soggetto pensante ( res cogitans ). Secondo Kant, invece, non c' é intuizione possibile del cogito senza contenuto del pensiero: non conosco la mia esistenza se non grazie alla rappresentazione dell' oggetto.
A mettere in crisi la centralità dell’Io con annesso il concetto di identità fu la filosofia romantica prima con Schelling e poi con Schopenhauer che sostenne che dentro di noi vi sono due soggettività, la soggettività della specie (l’inconscio della psicoanalisi) che utilizza gli individui per realizzare il fine della propria conservazione e la soggettività dell’individuo. Si ha così uno spostamento dello sguardo dalla cultura cioè dall’Io, alla natura il bios. L’Io, che si illude di agire, scegliere. manovrare secondo i suoi voleri è, invece, inconsciamente soggetto ai voleri della specie stessa. Nell’inconscio è depositata la verità dell’esistenza, nell’Io l’illusione di una progettualità che gli consentono di vivere. L’assunto di Schopenhauer è che la vita e la verità non possono coesistere perché se la verità della vita è nel suo essere strumento della conservazione della specie, l’individuo, per vivere. deve illudersi indossando quella maschera che chiama Io. La vita esprime la sua spinta biologica come voluntas, come volontà di vita quello che Spinoza chiamava conatus e Leibniz appetitus. Schopenhauer si domanda se esista un modo per sfuggire alla schiavitù della volontà e liberarsi così del suo peso, se infatti l'uomo fosse capace di liberarsi della volontà terrebbe a distanza anche il dolore. Esistono diversi modi per annullare o lenire l'effetto della volontà: l'arte, la morale, il suicidio. Tuttavia la via che per eccellenza porta all'annullamento della volontà è l'ascesi: Per Schopenhauer annullare la volontà significa entrare in uno stato di distacco ascetico che permette l'annullamento del desiderio di gioia e di vita. Annullando la volontà si entra in uno stato di quiete in cui ogni possibilità è indifferente, ogni sofferenza viene privata della sua base; così. spenta ogni volontà, si spegne ogni dolore. Questo stato di quiete viene definita da Schopenhauer noluntas, contrapposta alla voluntas, ovvero l'esperienza del nulla come fondamento ultimo del tutto, accettato con assoluta serenità e indifferenza. Il rifiuto della volontà è l'unico atto liberamente concesso all'uomo costretto nella sua sofferenza. Non siamo noi cioè a dirigere la nostra esistenza con scelte propositi intenzioni, deliberazioni ; il discorso ci sembra tale perché altrimenti non riusciremmo a trovare una ragione per vivere ma, in realtà. siamo vissuti dalla vita stessa, guidati prepotentemente dalla spinta biologica che agisce in noi. Nietzsche ritiene che i filosofi greci con Socrate e Platone avevano trovato nella ragione quel rimedio che aveva consentito all’umanità di non soccombere , che il predominio dell’anima razionale su quella passionale era allora necessario, perché ogni cedimento agli istinti avrebbe portato a fondo, che, per loro,era assolutamente necessario stabilire in permanenza ,contro gli oscuri appetiti, una luce diurna, la luce della ragione. In gioco non era la verità ma il dominio del sapere sulle passioni e della ragione sulle pulsioni, un dominio di rigore per poter sopravvivere. "Educato" da Schopenhauer, Nietzsche accoglie la verità dell'esistenza minacciata da forze immensamente più potenti di, lei, ma, "liberato" da Schopenhauer, Nietzsche accoglie anche il mondo dell'apparenza, e quindi dell'illusione e della maschera senza di cui la vita non sarebbe vivibile. Smascherata la volontà irrazionale il problema non è più quello di difendersi dalla "rappresentazione" del mondo e quindi dall'illusione e dalla maschera in nome della "verità", ma di liberare rappresentazioni, illusioni e maschere, senza di cui la "vita" sarebbe impossibile., di accettare come sostiene anche Goethe nella “Natura”le regole del gioco. Di nuovo si prospetta il conflitto tra vita e verità, dove Nietzsche sta dalla parte della vita, mentre il suo "educatore" stava per la verità. Freud condivide con Schopenhauer e Nietzsche,nella sua Weltaschauung. il fatto che, per l’uomo, porre l’Io e la sua identità al centro del mondo non è altro che un inganno narcisistico dovuto alla rimozione del suo essere creatura casuale nel gioco della natura, analogamente a quanto è avvenuto quando in passato sperimentò due grandi mortificazioni . La prima, quando apprese con Copernico e Galileo( anche se la scienza alessandrina aveva sostenuto un tema analogo) che la terra non è al centro dell’universo ma una minuscola particella di un sistema cosmico, la seconda, quando la ricerca biologica confutò con l’evoluzionismo di Darwin e Wallace la pretesa posizione di privilegio dell’uomo nella creazione, dimostrandogli la sua provenienza dal regno animale. La terza e più scottante mortificazione è lo scacco alla sua megalomania nel momento in cui l’indagine psicoanalitica ha dimostrato che l’Io non solo non è padrone in casa propria ma che possiede scarsissima conoscenza di quello che si svolge nella profondità del suo essere, nel suo inconscio che è fuori dallo spazio e dal tempo, non rispetta il principio di causalità e non contraddizione, si sottrae alla storia. Ma, con Freud, ecco che si fa strada il rimedio illuministico attraverso un processo che esprime nuovamente il predominio della ragione sulla natura. , L’intenzione degli sforzi terapeutici della psicoanalisi è in definitiva di rafforzare l’Io , di renderlo più indipendente dal Super-io, di ampliare il suo campo percettivo e perfezionare la sua organizzazione, così che possa annettersi nuove zone dell’Es.” Dove era l’Es deve subentrare l’Io…..”Vengono così scoperte le regole che permettono di avere ragione dell’inconscio con un ottimismo che permette nuovamente la trasformazione della natura in cultura che porta ad un dominio sulle pulsioni.
Il tema della coscienza è una problematica molto sentita nell’ambito della spiritualità massonica , nel senso che i suoi ideali e aspirazioni tendono a coltivare e a favorire nel Libero Muratore una profonda consapevolezza di sé e del mondo che lo circonda e ad estrarre maieuticamente dal suo animo una spiritualità che lo porta a contatto con le radici del suo essere nel mondo.
Nella definizione di "mito" data da Mircea Eliade nel suo "Trattato di storia delle religioni"egli afferma che . "Ogni mito, indipendentemente dalla sua natura, enuncia un avvenimento che avvenne in illo tempore e per questo costituisce un precedente esemplare per tutte le azioni e "situazioni" che, in seguito, ripeteranno l'avvenimento. Ogni rituale, ogni azione che abbia un senso, eseguiti dagli uomini, ripetono un archetipo mitico; . . . la ripetizione ha per conseguenza l'abolizione del tempo profano e la proiezione dell'uomo in un tempo magico-religioso che non ha nulla a che vedere con la durata propriamente detta, ma costituisce "l'eterno presente" del tempo mitico. " Passando da Eliade agli studi di C.G. Jung, risulta da essi evidente come egli non cerchi di "spiegare" il mito con un aspetto più o meno patologico della vita psichica, ma dimostri come il mito, nelle innumerevoli variazioni in cui può manifestarsi presso le varie società, altro non è che l'espressione concreta, e di volta a volta differente e variabile ma sostanzialmente uniforme ,di una struttura atemporale dell'inconscio umano. Secondo Jung: "L'inconscio collettivo sembra consistere in immagini e motivi mitologici, e perciò i miti dei popoli sono autentici esponenti dell'inconscio collettivo. Tutta la mitologia sarebbe una specie di proiezione dell'inconscio collettivo" . Se per la scuola freudiana il mito ha le sue radici profonde in un complesso dell'inconscio personale dell'uomo, per Jung il mito ha la sua origine atemporale in una struttura formale dell'inconscio collettivo. Se Freud non ha ammesso mai l'esistenza di un'autonomia congenita della psiche, dell'inconscio, Jung ha riscontrato in esso, al contrario, l'esistenza di uno strato collettivo innato, provvisto di una energia autonoma rispetto all'Io. Gli archetipi tendono, nel loro sviluppo filogenetico e ontogenetico, a divenire coscienti, ad essere cioé riconosciuti ed integrati dalla coscienza in una nuova e più ampia totalità.Il dinamismo di questi archetipi è compensatorio rispetto alla coscienza; agiscono su di essa, normalmente o attraverso esasperazioni patologiche, al fine di promuovere una personalità più completa conscia ed inconscia. Il dinamismo degli archetipi della psiche è regolato, attivato, condizionato da un archetipo centrale che predomina, nel monoteismo, la struttura mentale. E' l'archetipo del Sé o archetipo della totalità appunto, perché, mobilizzando l'inconscio alla coscienza, guida alla realizzazione di una personalità più totale.