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L'eutanasia

Eutanasia

Come breve cenno introduttivo, vogliamo ricordare che nelle società arcaiche la morte era un evento collettivo, un trauma che colpiva la comunità in cui vivi e morti comunicavano tra loro dopo la morte. Bisogna nondimeno rilevare che, nelle società arcaiche la interazione era continuata gli esseri umani e l’isolamento confrontato con i tempi attuali, era praticamente impossibile. Il tema della individuazione della morte (Heidegger dice “ solo la morte è veramente mia”) è abbastanza recente nella storia dell’umanità. Occorre però rilevare che la progressiva laicizzazione della società avrebbe potuto portare parallelamente ad una accettazione della morte come fatto naturale, un evento che fa parte del vivere stesso, pur dovendo rivelare che la era della scienza e della tecnica ha lasciato inevasa la domanda sul “senso” della esistenza. E’ stata proprio la evoluzione tecnologica ad aver creato un tempo intermedi tra la vita e la morte, dove una vita organica si protrae in assenza di una vita cognitiva o in conflitto con le capacità di sopportazione del paziente che, in questo caso chiede aiuto a morire. Ad essa un credi scientifico impregnato di metafore religiose con aspirazioni all’immortalità (ecco la religione travestita da scienza) ha contribuito, supportato da esternazioni sul temi, talora enfatizzate, a depositare in noi la credenza che la morte è solo dovuta a conoscenza tecniche ancora embrionali che forse riguarderà noi non i nostri epigoni e a rimuovere l’evento stesso.
Il termine “EUTANASIA” significa “DOLCE MORTE” (dal Greco “Eu=buono e Thanatos=morte) e designa le pratiche atte a procurare o a facilitare la morte, sottraendo malati terminali ad eccessive sofferenze. Paesi Bassi (1994) e Belgio (2002) sono stati i primo a legalizzare la EUTANASIA ATTIVA. Sono 1886 i pazienti Olandesi che hanno fatto ricorso alla EUTANASIA nel 2004 (1815 nel 2013). Nel Regno dei Paesi Bassi, già nel 1994, veniva sancita la non punibilità dei medici che abbiano aiutato a morire i propri pazienti, ma che siano in grado di dimostrare di aver rispettato una serie di condizioni: l’atto eutanasico deve essere documentato da una relazione scritta, da cui risulti che il paziente sia stato affetto da malattia inguaribile, che vi siano state sofferenze insopportabili e che il malato l’abbia richiesto reiteratamente. Tali condizioni devono essere poi confermate da parte di un collega del medico dichiarante; nella documentazione, inoltre, devono comparire, sia la storia clinica del paziente, sia i mezzi utilizzati per l’eutanasia. La relazione viene notificata dal medico ad un pubblico ufficiale con funzioni giudiziarie (CORONER).
Nel 2001 furono aggiunte:
A. Alcune precisazioni sui minori:
limite minimo per eutanasia 16 anni, dai 12 ai 16 16 anni e per i disabili mentali occorre il consenso del genitore o del tutore. Nel mese di agosto del 2004 i magistrati hanno tuttavia autorizzato una clinica a praticare la eutanasia su minori di 12 anni, ed è stata applicata su quattro bambini, tutti portatori di “spina bifida”.
B. Il riconoscimento del “testamento di vita biologico”:
Il testamento biologico, previsto dalla convenzione europea di biomedicina che l’Italia ha ratificato nel 2001 è un concetto di “consenzo informato”. E’ un documento con il quale, di fronte al notaio di un fiduciario (che non è necessariamente un familiare) e di un testimone, un soggetto, capace di intendere e di volere, può dare indicazioni sulle cure che vuole ricevere e su quelle che rifiuta, nel caso si ritrovasse nella incapacità di decidere. D’altra parte il codice di deontologia medica, all’Art.34, ha stabilito che “il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà in caso di grave pericolo di vita, non può non tenere conto delle eventuali manifestazioni di volontà precedentemente espresse dallo stesso”.
Nel 2002, in Belgio, fu approvata la legge che riconosce la legalità della pratica eutanasica in presenza di sofferenze fisiche e anche psichiche dilatando così in questo ultimo caso, enormemente, i limiti della sua applicabilità; è stato stabilito che il testamento di vita abbia durata cinque anni. Ricordiamo inoltre che in Danimarca è in vigore sin dal 1992 il testamento nel quale possono chiedere la fine delle cure, che in Spagna il testamento biologico esiste almeno come valore morale e che dal 1995 il codice penale non considera più la l’eutanasia e il suicidio esistito come omicidi. In Svizzera è praticato il suicidio assistito, anche per stranieri e non residenti, attraverso alcune organizzazioni non riconosciute (circa 400 casi annui illegali) ed è permesso ottenere una prescrizione medica per una dose letale di farmaci. In Francia i maggiorenni possono fare testamento biologico e l’Assemblea Nazionale ha appena varato un progetto di legge che autorizza la “eutanasia passiva” ma non il “suicidio assistito”. In Germania il testamento biologico è una realtà e l’eutanasia è consentita soltanto su pazienti in coma irreversibile. In Svezia l’assistenza al suicidio non è più punibile e, in casi estremi è consentita l’eutanasia passiva. Negli Stati Uniti è consentito il testamento biologico, ma il suicidio assistito è illegale tranne che in Oregon per malati terminali. In Italia non esiste una legge e il Ministro della Sanità ha affermato che “il problema con la sedazione del dolore”. Nel caso di eutanasia la pena è dai 6 ai 15 annidi reclusione per omicidio di un consenziente, (Art. 579 del c.p.) pena minore rispetto all’omicidio volontario (Art. 575 del c.p.). Per il suicidio assistito, vale l’Art 580 che regola “l’istigazione o l’aiuto al suicidio” con penda che va dai 5 ai 12 anni.
Quando si parla di EUTANASIA, una distinzione correntemente attuata è tra:
1. EUTANASIA ATTIVA, quando il medico interviene direttamente per procurare la morte del paziente.
2. SUICIDIO ASSISTITO MEDICALMENTE, in cui la morte è conseguenza diretta di un atto suicida del paziente ma consigliato e aiutato dal medico.
3. EUTANASIA PASSIVA, in cui si ha l’attenzione da interventi che manterrebbero la persona in vita.
4. ACCANIMENTO TERAPEUTICO, in cui il medico persevera nelle attività che tengono in vita il malato da cui non può derivarne un miglioramento della salute. Dibattito attuale è che cosa sia accanimento e che cosa sia eutanasia passiva, se, per esempio la sospensione della ventilazione polmonare e della nutrizione artificiale rientrino nell’uno o nell’altro parametro.
Un’altra caratterizzazione distingue tra:
I. EUTANASIA VOLONTARIA che è eseguita su richiesta della persona interessata. Una persona può, mentre è in buona salute, stendere, per iscritto, una richiesta di eutanasia; nella eventualità in cui, a causa di un qualsiasi evento, dovesse diventare incapace di esprimere una decisione, avendo la prospettiva di soffrire o restare priva delle proprie facoltà mentali e non ci fosse nessuna ragionevole speranza di guarigione, parenti, amici saprebbero come agire, in forza del consenso dell’interessato.
II. EUTANASIA INVOLONTARIA, il soggetto è capace di consentire alla propria morte, ma non lo fa o perché, richiestogli, sceglie di continuare a vivere, o a causa di più frequente, perché non le viene chiesto per evitare ulteriori sofferenze.
III. EUTANASIA NON VOLONTARIA, si verifica se un essere umano non è capace di comprendere la scelta tra la vita e la morte, cioè o nei casi di soppressione di nati deformi, ritrdati mentali, portatori di gravi handicap, oppure nel caso di una persona che, al momento incapace di intendere e volere, lo sia stata tuttavia in passato, ma che non abbia mai formulato, in una dichiarazione scritta, tale intendimento.
La definizione di eutanasia che sembra più completa e condivisa a livello di dibattito scientifico è questa: “EUTANASIA è la conclusione intenzionale della vita da parte di qualcuno che non sia la persona interessata, per richiesta di questa ultima”. Non viene considerata “eutanasia”, cioè, ne la sospensione delle cure, ne una terapia palliativa tesa ad eliminare il dolore ma portatrice eventualmente di una riduzione di sopravvivenza. E’ esclusa da questa definizione anche il “suicidio medicalmente assistito”, anche se, per questa ultima modalità, i pareri potrebbero essere contrastanti dato che, in questo caso, il diaframma che separa atto volontario diretto del medico di assistenza o aiuto al paziente a suicidarsi è molto molto sottile (ricordiamo in tempi recenti come il dottor JACK KEVORKIAN abbia ideato e messo a punto una “suicide machine” ovvero una apparecchiatura che consente di iniettarsi nel circolo venoso un anestetico e successivamente una sostanza venefica o una overdose di oppiacei).
Oggi il contesto medico è diventato l’ambito privilegiato e talvolta esclusivo della pratica eutanasica: il medico dunque potrebbe farsi carico, anche in maniera di eutanasia, dell’onere di fornire dettagli ed istruzioni ai suoi assistiti e ai loro congiunti in modo analogo a quanto abitualmente fa in caso di somministrazione di terapie; d’altra parte tutto ciò è comprensibile per il fatto che il medico sa quando è arrivato il momento di sospendere le cure divenute inefficaci, quando gli interventi diventano inutili, quanto tempo da vivere resta ad un malato e quanto dolorosa sarà la sua morte. Alcuni, tuttavia, mettono in evidenza le problematiche che possono insorgere nel medico stesso, in quanto l’atto eutanasico è contrario al giuramento di Ippocrate di Cos (460-377 a. C.) in cui si legge: “Non a nessuno alcun farmaco mortale, neppure se richiestone, ne mai proporrò un tale consiglio”. E’ inoltre contrario al codice di deontologia medica che sancisce che “il medico anche se richiestogli dal paziente, non deve effettuale trattamenti diretti a menomare la integrità psichica e fisica e ad abbreviare la vita o a provocarne la morte”.
I detrattori dell’eutanasia non sono quelli che necessariamente obiettano ad essa per motivi religiosi, ma anche coloro che sostengono che:
I. Una permissività morale e giuridica di questa pratica potrebbe essere motivata anche dal desiderio di voler liberare la società da un peso economico indesiderato.
II. L’individuo è portatore di un valore intrinseco che trascende la sua manifestazione fenomenica.
III. Si scivoli progressivamente nell’accogliere dentro di se il concetto di eutanasia non volontaria, spingendoci verso la cosiddetta “Eutanasia eugenica o eugenetica” (termine scientifico creato dal britannico Francis Galton nel 1907), anche se, in tal caso, bisognerebbe più propriamente parlare di selezione raziale. A proposito di questo, è sufficiente ricordare una modalità con la quale è stato realizzato il programma di epurazione raziale condotta ad opera dei nazisti. Il programma di epurazione raziale condotta ad opera dei nazisti. Il programma di sterminio, studiato da Hitler e dai suoi collaboratori, mirava ad eliminare tutti coloro che fossero “diversi” e le cui vite fossero considerate “prive di valore”. In una prima fase di realizzazione del progetto di epurazione, venivano considerati come “candidati” per l’eutanasia (era proprio questa l’espressione che Hitler usava) tutti gli individui gravemente malati, portatori di handicap o colpiti da turbe psichiche.
Successivamente, in modo graduale, il ventaglio dei candidati prese ad ampliarsi, includendo zingari, oppositori, dissidenti non ariani e ebrei. D’altra parte è opportuno ricordare che tutto ciò veniva ad inserirsi in un clima eugenetico, in Europa tra le due guerre, che riguardava non solo la Germania, ma anche la Svezia, Danimarca, Norvegia e anche la neutrale Svizzera; nel riquadro di una inquietante febbre nazionalista, si attuarono politiche di eliminazione o di controllo dei “devianti sociali” e degli stranieri, che venivano attuate ad esempio sottraendo i figli dei nomadi ai genitori e collocandoli presso famiglie affidatarie o negli orfanotrofi, quando non venivano addirittura incarcerati o internati in ospedali psichiatrici. Si arrivò al punto di praticare sterilizzazioni forzate anche se non in maniera sistematica, come avvenne poi in Germania, in cui il tutto arrivò ad un livello parossistico.

Come abbiamo accennato precedentemente, strenui oppositori della pratica eutanasica sono anche coloro che hanno una impostazione “religiosa” della vita, per cui il singolo individuo, creato da Dio, non è proprietario, ma solo beneficiario, usufruttuario e responsabile della vita stessa e quindi non ne può liberamente disporre. Bisogna infatti rilevare tutte le religioni condannano la eutanasia tranne il cristianesimo valdese, ad impronta fondamentalmente calvinista e il buddismo che non è tanto una religione quanto una filosofia. Vogliamo ora prendere in esame la possibilità di trovare delle somiglianze tra la richiesta di eutanasia e l’idea di mettere in atto un proposito suicidario, durante il percorso esistenziale, al di fuori della contestualità di una realtà di malattia. In ambedue i casi possiamo ritrovare un “ideale dell’io” grandioso onnipotente, anche se, probabilmente, contrassegnato da una diversa dimensione nei due eventi. Nel caso del suicidio in assenza di malattia, lo stato mentale dell’individuo ospita un’ideale dell’io, gonfio di esigenze smodate e difficilmente saturabili, che addita continuamente al soggetto quanto egli sia lontano, nel suo vivere “banale”, dai modelli megalomaniaci di efficienza, avvenenza, capacità lavorativa, posizione socialmente ed economicamente rilevante ecc.… che l’ideale dell’io stesso gli propone. La persona si sente, perciò, costantemente rimproverata per la sua inadeguatezza nei confronti di tali assunti, uccidendosi, elimina il feroce spazio guardiano che porta dentro. Nel caso della richiesta eutanasica, nello psichismo è probabilmente rintracciabile un gendarme meno esigente che è stato capace cioè di consentire uno scorrere accettabile del fluire esistenziale, ma che non possa sopportare la prospettiva di trovarsi immerso in un corpo malato, inadeguato, sofferente o la certezza di una situazione ormai irrimediabile e inaccettabile. Qui noi facciamo una parentesi per rilevare come, nel caso di malattia, siano importanti le modalità comunicative, di come il malato venga ragguagliato circa le sue condizione, se cioè si evochi in lui la possibilità di un miglioramento o un declino progressivo senza speranza verso condizioni sempre più compromesse fino all’exitus. Si può fare, nel primo caso, l’esempio di una neoplasia il cui reperimento da eventualmente la possibilità di comunicare al malato di come sia possibile intervenire in vari modi (chirurgia, radioterapia, chemioterapia), nel secondo caso di una sclerosi laterale amiotrofica la cui diagnosi prevede un progressivo e irreversibile declino delle funzioni motorie e respiratorie senza alcuna possibilità terapeutica. Nel caso dell’eutanasia volontaria, inoltre, non si attua il meccanismo della esplicitazione diretta dell’auto-aggressività che si trova nel suicidio: si verifica invece uno “ splitting” (cioè una scissione) fantasmatico per cui il soggetto si scinde tra un “SE” sofferente che deve scomparire ed un “se” onnipotente che viene esternalizzato e proiettato sulla figura che si occuperà di attuare il progetto eutanasico, che è auspicabile sia una figura di riferimento, la quale diviene in fantasia il tramite attraverso il quale egli continua metaforicamente a vivere. Quanto poi siano legate le due istanze, si può rilevare nella eventualità del suicidio che si verifica quando il soggetto apprende di essere o suppone di essere malato di un morbo incurabile o gravemente lesivo o nel caso di suicidio assistito, quando una condizione fisica che permetta di gestirlo in modo autarchico. Pensiamo inoltre, che, in ambedue i casi, il soggetto percepisca come vera morte quella che avrebbe naturalmente dopo tante sofferenze e non quella che il soggetto si procura direttamente (tramite il suicidio) o indirettamente (attraverso l’atto eutanasico). Dobbiamo infatti rilevare come ambedue gli eventi siamo legato da un’altra dinamica comune e cioè in ambedue i casi l’individuo ha perso ogni speranza evolutiva o migliorativa della propria entità psico-fisica: l’immagine del proprio “SE” proiettata nel futuro è rimossa, esiste solo un presente intollerabile definitivo e irrimediabile che solo l’evento estremo può cancellare del tutto. Inoltre l’essere umano non può psichicamente immaginarsi la propria morte: già Parmenide aveva rilevato come il “nulla” è un concetto che, per noi umani non può essere rappresentato; esso può essere solo evocabile metaforicamente (negli stati mentali di perdita, abbandono, senso di deterioramento psico-fisico, ecc…). L’uomo, dandosi o richiedendo la morte, ad essa mentalmente sopravvive o meglio assiste: il soggetto, coè, fantastica un se ancora vivo spettatore di tutto ciò che avverrà dopo l’evento (ecco il futuro che torna a delinearsi). Vogliamo sostenere che è molto probabile che, dietro richiesta eutanasica, non vi sia necessariamente solitudine o emarginazione ma la inaccettabilità, per uno psichismo caratterizzato da valenze e da riscontri narcisistici importanti che possono derivargli dalla mente e dal corpo, di una esistenza compatibile con menomazioni importanti all’uno o all’altro livello (pensiamo per esempio ad un ictus devastante che compromette gravemente il centro del linguaggio in un essere umano che aveva fatto della comunicazione un supporto e una soddisfazione importante del senso del suo esistere, o ad una compromissione delle funzioni motorie in un soggetto che aveva fatto del suo corpo un primattore sul palcoscenico esistenziale, come serbatoio di soddisfazioni di vario genere).
Per concludere direi che tutta la problematica ruota intorno al concetto di vita, che per alcuni, è una entità da conservare ad ogni costo, ideologia che può avere matrice laica o religiosa, per altri, non puro organismo, ma emblema di pienezza di autocoscienza e capacità deliberativa.